Il mio viaggio in Perù

Il nostro viaggio inizia a Lima. Bisogna osservare a fondo per scoprirne bellezza. Atterrati all’aeroporto internazionale Jorge Chavez, dedicato al pilota peruviano che per primo sorvolò tragicamente le Alpi, si viene accolti da un cielo perennemente grigio, dai clacson delle auto, dal traffico e dall’aria irrespirabile.

Lima

Scheletri di edifici si susseguono a palazzi scalcinati e tetti dove sventolano panni colorati e bandiere nazionali. Dal tetto di tutte le case spuntano cavi di ferro che, all’esigenza, consentono di costruire un ulteriore piano senza sradicare il tetto. Ragazze, donne, uomini e bambini si aggirano tra le macchine ferme ai semafori della tangenziale per vendere bibite e snack. La povertà qui è tangibile.

Più si va verso il centro, più i toni si addolciscono. Iniziano a spuntare vetrine luccicanti, centri commerciali e palazzi, monumenti e piazze dove è facile imbattersi in qualche comizio politico cui i passanti partecipano attivamente. Ma anche nella sua parte più centrale Lima rimane povera. I palazzi sono in pessime condizioni, le strade e i negozi sporchi e le auto malmesse. I clacson continuano a suonare senza sosta, in una danza di impazienza che lascia la città silenziosa solo nelle ore più profonde della notte.

Iniziamo a scoprire la storia di Lima, città fondata dallo spagnolo Franzisco Pizarro che mise fine all’impero inca. Cultura e cucina spagnole si fondono a quelle cinesi, giapponesi, francesi, inca dando vita a piatti unici. La fisionomia degli abitanti è inca, ma la cultura è europea. Basta guardare i cartelloni pubblicitari, dove gli sponsor sono uomini e donne caucasici totalmente diversi dalla popolazione.

Lontano dal centro, lasciato dai ricchi incalzati dall’avanzare dei poveri, i quartieri Miraflores, Barranco e San Isidro, a picco sul mare. Quasi una piccola Miami Beach, se non fosse per il filo spinato ed elettrificato che cinge qualunque cortile, palazzo, villa e gli uomini armati davanti ai portoni. Anche qui, come in quasi tutti i Paesi dell’America Latina, il divario tra ricchi e poveri è netto.

Vista oceano dal quartiere Miraflores

Passiamo qualche giorno fra monumenti, chiese e passeggiate vista oceano per poi partire alla volta di Arequipa. Soprannominata la ciudad blanca, è una graziosa città coloniale che ricorda quelle dell’Andalusia. Dal monastero di Santa Catalina si vede bene il vulcano El Misti. La guida ci spiega come i cambiamenti climatici non abbiano risparmiato il Perù: fino a qualche anno fa in agosto il vulcano aveva un cappuccio di neve che scendeva fin quasi alle pendici, mentre oggi lo copre solo una spruzzata di bianco. Prima di partire per Puno proviamo a mangiare uno dei piatti tipici peruviani, il porcellino d’India del Perù (cuy). Dico proviamo perché io non ce la faccio proprio ad assaggiarlo: fritto tutto intero, arriva sul piatto nella stessa forma che avrebbe avuto se fosse stato schiacciato dalla ruota di un’auto.

Dopo 8 ore, un autobus ci porta da Arequipa a Puno alla velocità di 60 km/h. Dopo una buona dose di erbe e foglie di coca iniziamo a riprenderci dall’altitudine (infatti continuiamo a salire, Puno si trova a 3.827 slm) e andiamo a cena. Ordino la carne di alpaca, e il dubbio che la causa dello svolgimento delle 48 ore successive sia da imputare a lei mi rimarrà per sempre.

Immaginate infatti di partire da Puno all’alba per trascorrere una notte su un’isola del lago navigabile più alto del mondo (il Titicaca), di scoprire le usanze e i riti degli abitanti, di dormire presso una famiglia locale senza acqua corrente, riscaldamento, a -4 gradi. Di vedere su di voi l’immensità del cielo stellato, di cucinare insieme alla famiglia e imparare a fare la farina di quinoa. Bene, ora immaginate di fare tutto questo con scariche ogni due ore, mal di pancia e un bagno all’aperto riparato solo da 4 mura.

Dopo un digiuno forzato di due giorni, a forza di Gatorade mi riprendo e possiamo visitare con relativa tranquillità l’isola di Taquile e le isole galleggianti degli Uros. Queste sono costruite con strati e strati di totora intrecciata: ogni volta che piove gli strati vanno sostituiti, in un infinito lavoro di mantenimento. Ma ormai le isole sono una fonte di guadagno per gli abitanti, che attirano turisti in visita da ogni parte del mondo. A Taquile ci raccontano che per salutarsi gli uomini non si danno la mano, ma si scambiano foglie di coca e indossano cappelli diversi a seconda dello status sentimentale.

Lasciamo Puno e il Titicaca per raggiungere finalmente Cusco. Qui ci attendono tre dei luoghi più famosi del Perù: le montagne colorate, la valle Inca e Machu Picchu. Iniziamo con l’escursione alle montagne, con partenza alle 4 di mattina. Le ho maledette per tutte le due ore di scalata a 5.000 metri slm, ma alla fine ne è valsa la pena. Blu, rosso, giallo, verde, viola: ogni colore è il risultato di un minerale. Ci hanno spiegato che solo 25 anni fa, in inverno, le montagne arcobaleno erano ricoperte di neve (ora sono spoglie) e che l’Inghilterra vorrebbe privatizzarle per estrarre il litio, di cui il Perù è ricco. Probabilmente fra qualche anno le montagne saranno diverse, lo stesso Perù sarà diverso. Con un’altra mezz’ora di arrampicata una sorpresa in più: la Red Valley si apre davanti a noi, rossa per il ferro e forse più spettacolare delle stesse montagne dai 7 colori.

La Red Valley

Altro giorno, altra meta. Visitiamo vari antichi insediamenti Inca e qualche mercatino, dove a un certo punto mi ficcano in braccio un cucciolo di lama (o alpaca, o capra, chi sa?) mentre camminavo. Non sapendo come sbarazzarmene senza offendere la proprietaria, scatto una foto (sotto il risultato) e mi sento un po’ in colpa. Almeno finché non scopro che anche gli Inca li tenevano come animali da compagnia (nonché da pappare, una cosa non escludeva l’altra) secoli fa.

La foto di cui sopra

E finalmente il pezzo forte, Machu Picchu. Su questo luogo potete trovare milioni di informazioni su internet e su varie guide di viaggio, quindi vi darò soltanto alcuni consigli pratici. Primo fra tutti: andate in bagno prima di passare i cancelli, perché poi nell’area archeologica non è possibile farlo. Secondo, non andate a visitare il ponte inca se soffrite di vertigini (o comunque se non avete intenzione di rischiare la vita): se invece ve la sentite, vi troverete a lasciare il vostro nome e cognome a un banchino che registra chi entra e chi esce e a percorrere alcuni tratti in cui fra voi e il precipizio ci sono pochi centimetri (e nessuna balaustra). Terzo e ultimo consiglio: programmate almeno mezza giornata per visitare l’antico insediamento di Machu Picchu, il Tempio del Sole e, a discrezione, il ponte Inca.

Gli ultimi giorni li trascorriamo tra Cusco, capitale Inca fino al XIV secolo d.C., e Lima, in attesa del volo per l’Italia, tirando le somme del viaggio. Partendo dalle cose importanti, ovvero il cibo, ci sentiamo di dargli un 7. Al contrario di altri paesi, qui per mangiare bene e provare le specialità locali cucinate in modo decente occorre andare nei ristoranti più turistici (la guida Lonely Planet è una garanzia) oppure a casa degli abitanti (vedi Isola di Amantani sul Titicaca. Anche se io non posso testimoniare, i miei compagni di viaggio confermano che si è mangiato bene). Nonostante questo e nonostante la fusione tra varie cucine li renda interessanti, i piatti peruviani ci hanno fatto rimpiangere più di altri la cucina italiana.

Come in tutti i paesi del centro/sud America che ho visitato, anche in Perù il valore attribuito alla vita sembra essere minore. Nessuna attenzione alla strada, macchine e motorini che sfrecciano uno sull’altro, escursioni al limite del buon senso. Questo può essere dovuto un po’ alla povertà e un po’ alla maggiore spiritualità da cui è impregnata la cultura peruviana, che mixa le credenze inca a quelle cattoliche (ad oggi i peruviani sono molto cattolici, ma in alcune regioni professano ancora antichi rituali dedicati alla natura). Siamo rimasti estasiati dall’intelligenza degli inca, che meglio dei successori spagnoli (ma anche degli uomini del Duemila) ha saputo costruire edifici antisismici sopravvissuti secoli sotto le costruzioni ispaniche (crollate). Affascinati dal loro legame con la natura, che rispettavano perché loro stessi parte di essa. Allibiti dal fatto che, 800 anni fa, avessero capito molto più di noi come stare al mondo.

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