La teoria del dono potrebbe risollevarci dalla crisi?

Immaginiamo di pagare 30 euro per fare la tinta dal parrucchiere, 20 per mangiare in pizzeria e 7 per un drink in un locale. Ora immaginiamo di pagare gli stessi 30 euro al parrucchiere, 20 per una pizza e 7 per un drink, ma di non andare dal parrucchiere, non mangiare una pizza e non bere un drink. Cosa avremmo fatto? Avremmo garantito al parrucchiere di pagare una parte del suo affitto, al titolare della pizzera di mantenere il pizzaiolo e al bar di pagare un fornitore. Se questo discorso in una condizione normale non avrebbe senso (o quasi, e poi vedremo perché), potrebbe averlo nel corso di una grave crisi come quella innescata dal nuovo coronavirus. Diciamo che tutti potremmo essere, e siamo, il proprietario del locale in affitto al parrucchiere, il pizzaiolo o il fornitore di gin. Quindi, seppure ci sembrasse di perdere qualcosa pagando per non avere un servizio, in realtà staremmo garantendo la mobilità dell’economia.

C’è un famoso saggio di Marcel Mauss che si intitola “Il saggio sul dono”. Qui Mauss, uno dei padri fondatori dell’etnologia francese, descrive la socialità del dono nelle società arcaiche, ricavando alcune tesi fondamentali sulla natura del dono. In alcune società primitive, chi riceveva un dono era obbligato a ricambiare nell’arco di un tempo prestabilito onde evitare il giudizio sociale negativo. Già i nostri antenati, dunque, avevano capito che per sopravvivere occorreva far girare la merce. La differenza con il baratto e poi con la vendita, era che non ne ricevevano un’immediata ricompensa. Sembra antico, ma forse non è mai stato così attuale.

Adesso che la maggior parte dei servizi di cui usufruivamo quotidianamente sono chiusi. Ristoranti, negozi di abbigliamento, pompe di benzina, bar. Noi siamo a nostra volta chiusi in casa, quindi non ne abbiamo nemmeno bisogno. Con il dono risolveremmo questo problema. Donare, infatti, non vuol dire pagare per non ricevere nulla. Doniamo perché ne traiamo beneficio, in ogni caso. Facciamo beneficienza per sentirci persone migliori o per andare incontro ai nostri principi e stare in pace con noi stessi, doniamo alle strutture ospedaliere perché potremmo averne bisogno anche noi. Lo stesso ragionamento vale per la vendita. Paghiamo per avere qualcosa in cambio (merce, lavoro). E allora, se sapessimo con certezza che pagando per servizi di cui non usufruiamo riceveremmo anche noi denaro da spendere, non lo faremmo? Probabilmente sì.

Gli italiani sono uno dei popoli che risparmiano di più. Dati Bankitalia alla mano, infatti, a fine 2017 il patrimonio netto delle famiglie italiane ammontava a oltre 9mila miliardi, dei quali oltre 4mila erano financial asset, circa il 41% del totale. Una parte significativa di questa percentuale, il 35%, era rappresentato da cash e depositi. Questo causa immobilità economica e anche sociale, con i ricchi che restano ricchi e i poveri che non riescono a cambiare la propria condizione. D’altro canto, in un rapporto di Oxfam diffuso nel 2019, si legge che la quota di ricchezza in possesso dell’1% più ricco degli italiani supera quanto detenuto dal 70% più povero.

Ecco perché in una società sbilanciata come quella creata dal capitalismo, il dono, dai più poveri verso i più ricchi, da chi ha risparmi verso chi non arriva a fine mese, potrebbe rimettere in moto un’economia al collasso e dare nuovo impeto alla giustizia sociale. In realtà questo sistema esiste già: paghiamo imposte, tasse e contributi per avere dei servizi collettivi di cui potremmo non avere mai bisogno (la sanità) o che utilizziamo quotidianamente (i trasporti), in teoria con un sistema tributario progressivo per cui chi ha più soldi paga di più. Tuttavia, secondo il report Istat diffuso a dicembre 2019, al quinto più ricco della popolazione va 6,1 volte il reddito del quinto più povero, mentre la disuguaglianza tra i redditi degli individui, calcolato mediate l’indice di concentrazione di Gini, per l’Italia è pari a 0,334, più alto rispetto agli altri grandi paesi europei (Francia con 0,285 e Germania con 0,311). Nella graduatoria dei Paesi dell’Ue28 per i quali è disponibile l’indicatore (25 paesi), l’Italia occupa la ventunesima posizione.

Ma perché in Italia il sistema tributario non funziona? Ovviamente uno dei problemi principali è l’evasione fiscale, che si stima causi perdite per 211 miliardi di euro: il 12% del PIL nazionale (dati Istat). Ma non solo, perché in Italia a pagare le tasse più alte sono (o dovrebbero) essere i più ricchi, ovvero coloro che risultano avere un reddito superiore ai 35 mila euro lordi. Che però risultano essere poco più dell’11%. Quasi il 25% guadagna meno di 7.500 euro, la gran parte sta tra i 7.500 euro e i 35 mila.

Confrontando le tasse italiane con quelle degli Stati Uniti e della Germania ci si accorge subito che il sistema italiano è sbilanciato: poveri e classe media pagano molte più tasse del dovuto. Il risultato è che si riesce a raggiungere la maggioranza assoluta del gettito versato solo prendendo le imposte pagate dai contribuenti tra i 20 mila euro e i 55 mila euro, ovvero il ceto medio puro e semplice, impiegati, operai, quadri al massimo, escludendo i dirigenti, i più ricchi. Il risultato è che si riesce a raggiungere la maggioranza assoluta del gettito versato solo prendendo le imposte pagate dai contribuenti tra i 20 mila euro e i 55 mila euro, ovvero il ceto medio puro e semplice, impiegati, operai, quadri al massimo, escludendo i dirigenti, i più ricchi. Di fatto in Germania basta l’8,8% più ricco per coprire più di metà delle entrate, negli USA il 4,3% più ricco, mentre in Italia ci vuole l’11,3%. Ma soprattutto, volendola vedere in altro modo, se in Italia sarebbe sufficiente prendere la classe media, due scaglioni tra le 20 mila e i 55 mila euro, per avere la maggioranza del gettito, in Germania dovremmo rivolgerci ai benestanti tra i 50 mila e i 250 mila euro.

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