New Orleans

New Orleans, la mia esperienza

Arriviamo verso sera, dopo circa 12 ore di strada e una pausa in un motel. Abbiamo attraversato mezza Florida, Alabama e Mississippi per arrivare in Louisiana, più precisamente a New Orleans. Ma appena mettiamo piede nella città che ascolta, capiamo subito che ne è valsa la pena.

Ha un che di abbandonato, sa di libertà, New Orleans. Un po’ perché l’uragano le ha lasciato ferite che rimarranno per sempre nei muri diroccati, nei tubi che escono fuori dal cemento come antenne di enormi grilli sotterranei. Un po’ perché è lo spirito di questa città, di questa terra appartenuta a spagnoli, francesi, inglesi, che parla tre lingue e che sembra una figlia illegittima degli Stati Uniti. Ci avventuriamo per le strade, è marzo ed è il giorno clou del carnevale. Abbondanti donne mulatte indossano vestiti colorati e maschere, ballano davanti alla processione di carri che ci sfila davanti. C’è di tutto: dragoni, principesse disney, personaggi dei film, travestiti, re e regine. C’è chi si alza la maglia e fa vedere il seno in cambio di una collana. Stavamo per comprarle in un negozio, prima che la strada si riempisse di perline buttate a terra e che ragazzi e ragazze iniziassero a lanciarle, regalararle, “guadagnarle”.

Dopo la sfilata la folla si riversa nei locali lungo la via principale, Bourbon Street, nel French Quarter. Qui si inizia a bere, per chi non aveva iniziato prima. Lunghissime fialette di superalcolici verdi e azzurri, cocktail infiniti da dividere in tre o quattro. Noi mangiamo uno dei piatti locali, la Jambalaya, fatta di riso, spezie, verdura, maiale tritato, pollo, prosciutto e salsiccia. Ci servono parlando inglese, ma per strada si parla uno strano dialetto, un mix tra inglese e francese, il creolo di New Orleans, e la maggior parte delle insegne sono in francese, benché la Louisiana non sia più colonia bianca rossa e blu dal 1763, quando la Gran Bretagna vinse la Francia e affidò la regione alla Spagna.

Ci avviciniamo al Mississippi, il fiume di Hukleberry Finn, e ci fa un certo effetto navigare sulle acque raccontate da Mark Twain, uno dei pionieri della letteratura americana. Il battello a elica fa rumore, salgo sul ponte da sola e rimango controvento ad annusare il fiume, a immaginare fantasmi del passato che in questa città sembrano così reali. La musica jazz arriva dall’interno. Onestamente non avevo mai capito il genere, prima di vedere questi musicisti neri soffiare, sbattersi, cantare e sudare coi loro strumenti. Ma New Orleans non è solo casino, musica, colore e divertimento. E’ anche crimine, e povertà. E’ un gruppo di punkettari che si buca lungo il binario di una ferrovia, è un accattone che si ubriaca all’angolo di una strada, è un topo che ci attraversa la strada.

Ma soprattutto, è magia.

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