Perché è sbagliato parlare di cambiamenti climatici?

Dati, statistiche, previsioni: sono sempre di più gli studi sui cambiamenti climatici. Tuttavia l’approccio che i media utilizzano per parlare dell’argomento è tutt’altro che maturo, riflesso di una società che parla di global warming ignorando le sue cause e prevede soluzioni che prescindono dal radicale cambiamento culturale ed economico.

I cambiamenti climatici riguardano ogni aspetto della nostra vita, e questo è un assunto che dovremmo sempre tenere a mente quando affrontiamo il tema, che sia in una discussione o in un articolo. Parlare del riscaldamento globale, delle sue cause e delle sue conseguenze, significa parlare di economia, politica, agricoltura, trasporti, istruzione, migrazioni, povertà. Ogni articolo, inchiesta, studio su uno di questi argomenti dovrebbe includere i cambiamenti climatici, che invece sono ancora sradicati dalla realtà: perfino quando si parla di maltempo raramente vengono citati come causa diretta.

Questo provoca uno scollamento nella nostra percezione: il cambiamento climatico sembra un argomento a sé stante, non collegato con i problemi e le difficoltà quotidiane. Sentiamo spesso l’espressione “il capitalismo ha fallito”: bisogna andare oltre. Il capitalismo è tutto ciò che ci circonda, nonché la causa del consumismo e, quindi, dell’inquinamento. 

È per questo che gli organi preposti per informare e la politica, dovrebbero creare una rete di collegamenti tra i cambiamenti climatici e tutto ciò che accade nel mondo.

Tutto è collegato

Per due settimane delegazioni provenienti da tutto il mondo hanno cercato soluzioni per ridurre le emissioni di gas serra. La Cop25 è terminata con due giorni di ritardo rispetto al programma e con un nulla di fatto, nonostante le pressioni provenienti dalla piazza e gli avvertimenti della scienza, secondo cui l’obiettivo di mantenere l’aumento della temperatura sotto il grado e mezzo è irraggiungibile se continueremo a bruciare combustibili fossili al ritmo attuale.

Nel frattempo gli incendi in Australia hanno raggiunto dimensioni allarmanti, nubifragi e alluvioni flagellano l’Italia e l’Inghilterra mentre interi paesi (come quelli del Corno d’Africa e il Medio Oriente, ma anche la California e l’Australia) sono messi in ginocchio dalla siccità e dagli incendi.

Il quadriennio 2015-2018 è stato il più caldo di sempre, con diversi paesi che hanno dovuto fare i conti con le temperature più alte che siano mai state registrate: Repubblica Ceca, Francia, Germania, Ungheria, l’area nordafricana, il Medio Oriente. Abbiamo già raggiunto quota +1 grado centigrado rispetto all’era preindustriale e di questo passo, stimano gli scienziati, si arriverà facilmente a +2 gradi entro dieci anni. 

Il Climate Accountability Institute, un istituto di ricerca no-profit americano, ha elaborato un report eloquente: dal 1965 al 2017, oltre un terzo di tutte le emissioni da combustibili fossili e cemento del mondo sono state causate dal settore oil&gas. Parliamo dell’enorme cifra di 480 miliardi di tonnellate di CO2. Quello che fa più paura, però, è che le compagnie petrolifere godono di ottima salute. Ce lo ha dimostrato il caso Aramco, compagnia petrolifera saudita il cui utile, nel 2018 è stato pari a 111,1 miliardi di dollari.

Paesi come l’Arabia Saudita, gli Emirati Arabi Uniti, il Qatar, il Kuwait basano la propria economia sul petrolio, ma la stragrande maggioranza degli introiti è investita in guerre e in armi. Per ironia della sorte, questi paesi guadagnano estraendo proprio quelle risorse che li stanno portando verso il baratro: sono infatti tra i paesi più colpiti dalla siccità e con una rete sociale molto scarsa. L’instabilità dell’area porta questi paesi ad investire sempre più in guerre che a loro volta sono causa di migrazioni di massa verso l’Europa. Nel corso degli ultimi decenni, anche i migranti “economici” sono aumentati enormemente. Secondo il rapporto annuale del dipartimento dell’Onu per gli Affari economici e sociali (Desa) numero complessivo di migranti nel 2019 è stimato in 272 milioni, in continuo aumento rispetto agli anni passati. “L’aumento di 51 milioni rispetto ai dati del 2010 – si legge nel rapporto – significa che il numero di migranti cresce a un tasso più alto di quello della popolazione mondiale”.

Approccio interdisciplinare

Roberto Buizza, fisico all’Istituto di Scienze della Vita della Scuola Superiore Sant’Anna di Pisa, è consapevole del legame intrinseco fra i cambiamenti climatici, le migrazioni, l’economia, la società e la politica. Per questo, nel 2018, ha creato un centro di ricerca in collaborazione con la Scuola Normale di Pisa e l’Istituto Studi Superiori IUSS di Pavia, per studiare i cambiamenti climatici e il loro impatto e individuare azioni sostenibili di mitigazione e adattamento. “Se non affrontiamo urgentemente il problema dei cambiamenti climatici ci troveremo, o meglio le generazioni future si troveranno, a dover affrontare situazioni sempre più difficili da gestire – afferma il Prof. Buizza – abbiamo le tecnologie per trasformare e de-carbonizzare le attività umane: possiamo ambire a ridurre gradualmente le emissioni di CO2. Sono poche le attività umane che non possano venire de-carbonizzate gradualmente e ambire a raggiungere l’obiettivo di ‘zero emissioni nette’ entro il 2030”.

Ma non è facile. Da qui l’obiettivo del suo progetto: fornire ai Governi dati reali e un piano d’azione per far fronte a livello tecnologico, economico e sociale ai cambiamenti climatici. “Le stime parlano chiaro – prosegue Buizza – ogni paese dovrebbe investire circa il 2% del PIL (quanto viene investito in media dai paesi NATO in spese militari) per raggiungere la de-carbonizzazione. Investimenti in questa direzione potrebbero portare non solo ad una riduzione delle emissioni, ma anche ad un mondo migliore, a meno inquinamento, e ad una crescita economica. Si parla spesso di transizione verso l’economy 4.0: occorre fare di più, occorre ambire a ‘economy 5.0’: cioè raggiungere una de-carbonizzazione completa: una economy 5.0=economy 4.0 meno CO2”.

La ricerca studia l’impatto che le azioni (o le non-azioni) intraprese dai Governi per una riduzione delle emissioni potrebbero avere su paesi diversi, con economie diverse. I risultati aiuteranno i politici e i decision makers a capire che investire per risolvere i cambiamenti climatici porta a crescita economica, mentre non investire in questa direzione potrà avere impatti ancora più negativi di quelli che viviamo già oggi. Le ambizioni del progetto sono alte: “Dal punto di vista dei diritti umani, della giustizia inter-generazionale – aggiunge Buizza – stiamo cercando di capire come modificare la dialettica in modo da spostare il focus delle azioni politiche sul lungo termine”. Ma lo studio tocca anche ambiti più tecnici: quello dell’agricoltura, individuando colture che riescono ad adattarsi meglio al clima che cambia, della matematica, analizzando metodi di previsione meteo, e del risk management, studiando come migliorare le stime dei rischi futuri e avere informazioni più accurate sugli investimenti necessari.

Non basta cambiare il clima

“Occorre trasformare tutti i processi produttivi e ripensare al nostro stile di vita per ridurre le emissioni dei gas-serra. – commenta Buizza – Questa deve essere la priorità: anche solo una riduzione delle emissioni di gas-serra del -5% l’anno, a partire da subito, porterebbe al raggiungimento degli obiettivi decisi nel corso della COP di Parigi del 2015”. 

Tuttavia, l’approccio proposto da molti, tra cui il professor Buizza, non è l’unico ad essere preso in considerazione nella guerra contro i cambiamenti climatici: c’è chi pensa che l’geoingegneria possa dare un suo contributo.

Rilasciare sostanze chimiche nell’atmosfera per schermare i raggi solari e abbattere così l’innalzamento delle temperature: l’idea di ricorrere all’geoingegneria per combattere il cambiamento climatico è stata rilanciata da un gruppo di ricerca dell’Università di Harvard ed è stata discussa a marzo 2019 durante la quarta Assemblea sull’Ambiente delle Nazioni Unite. Potrebbe essere una soluzione? In questo ambito si sono succedute varie proposte. Ad esempio, irrigare i deserti di Nord Africa e Australia per permettere una crescita di vegetazione che faccia incrementare la cattura di CO2, oppure pompare acqua fredda e ricca di nutrienti dal fondo degli oceani in superficie, per raffreddare quest’ultima e aumentare l’assorbimento di anidride carbonica. E ancora, si pensa di pompare solfati in atmosfera per intercettare la luce solare e non farla giungere a terra, così raffreddandola, oppure aumentare l’alcalinità degli oceani o di “fertilizzarli” con ferro, per consentire loro di assorbire più CO2.

Perché la geoingegneria è potenzialmente disastrosa

Questi metodi, oltre a rafforzare il mito dell’uomo “supereroe” che alla fine troverà una soluzione al problema, lo pone al di sopra della natura invece che come parte di essa e ha risvolti potenzialmente disastrosi. In effetti, l’geoingegneria non è altro che un aspetto dello stesso problema: l’uomo si considera padrone della natura e come tale pensa di poterla manovrare, modificando il clima con le sue emissioni e poi modificandolo ancora per correggere i suoi errori.

La geoingegneria può avere un effetto sulla riduzione della temperatura globale, almeno in linea teorica e fin tanto che si tengano in funzione gli apparati che producono questi cambiamenti. Bisogna però quantificare l’efficacia di queste riduzioni e valutare anche gli effetti collaterali sul sistema clima. Come scrive l’autrice Naomi Klein in un articolo pubblicato sul sito This Change Everything, “in questo momento ci sono moltissimi esperimenti di geoingegneria in corso nei laboratori e modelli elaborati dai computer, ma i test sul campo sono ancora vietati”. Per ovvie ragioni. Infatti, anche se un esperimento venisse portato avanti in un determinato punto della stratosfera o solo in una piccola porzione oceanica, non c’è modo di prevedere quale possa essere il suo impatto globale e, soprattutto, i suoi effetti a lungo termine. “I promotori della geoingegneria tendono a parlare delle ‘conseguenze distributive’ dell’iniezione di anidride solforosa nella stratosfera e della ‘eterogeneità spaziale’ degli impatti. Petra Tschakert, geografo della Penn State University, definisce questo gergo “un fantasioso modo per dire che alcuni paesi saranno fregati”, scrive Klein nel suo libro “Una rivoluzione ci salverà”. Ma come prevedere queste conseguenze? “Alcuni ingegneri possono verificare se sia meglio iniettare anidride solforosa nella stratosfera attraverso un tubo o con un aeroplano. Altri possono spruzzare acqua salata da barche o torri per illuminare le nuvole – scrive Klein – Ma dovrebbero implementare questi metodi su una scala abbastanza grande da avere un impatto sul sistema climatico globale per essere sicuri di quale impatto sulle precipitazioni nel Sahara o nell’India meridionale potrà avere, ad esempio, spruzzare zolfo nell’Artico o nei tropici. Ma questo non sarebbe un test di geoingegneria; sarebbe effettivamente condurre la geoingegneria”.

Come sottolinea Martin Bunzl, un filosofo di Rutgers ed esperto in cambiamenti climatici, questi fatti da soli presentano un enorme, forse insormontabile, problema etico per la geoingegneria. “Puoi testare un vaccino su una persona, mettendola a rischio, senza mettere a rischio tutti gli altri”, scrive il filosofo. Ma con la geoingegneria, “non è possibile costruire un modello in scala dell’atmosfera. Quindi, siamo obbligati a passare direttamente da un modello all’implementazione su scala planetaria”. In breve, finora non è stato possibile condurre test significativi con queste tecnologie senza arruolare miliardi di persone come cavie – per anni. Ecco perché lo storico della scienza James Fleming definisce gli schemi di geoingegneria “non testati e non verificabili, pericolosi oltre ogni immaginazione”.

Parlare correttamente di cambiamenti climatici può sembrare solo un piccolo tassello nell’immenso puzzle delle azioni volte a raggiungere emissioni zero entro il 2050. Tuttavia apre la strada a un dibattito più maturo e dà la possibilità all’opinione pubblica e ai governi di diventare consapevoli delle cause e delle conseguenze correlate ai cambiamenti climatici. Cambiare il nostro modo di vivere non è più un’opzione, così come iniziare ad informare nel modo corretto.

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